CHI GESTISCE I RISCHI GUADAGNA DI PIÙ

C’è sempre più consapevolezza sull’importanza della gestione dei rischi. E a ben vedere, dal momento che i dati parlano di interessanti vantaggi economici per chi sa gestire il rischio in maniera intelligente e strutturata. 
Non siamo noi a dirlo (potremmo essere tacciati di parzialità), ma la nuova edizione del report Cineas, il Consorzio universitario no-profit fondato dal Politecnico di Milano nel 1987, in collaborazione con l’area studi di Mediobanca, che ha evidenziato come le medie imprese italiane dotate di un sistema integrato per la gestione dei rischi ottengono in media un terzo degli utili in più rispetto alle realtà che non si interessano di questo aspetto.

Riassumiamo i dati salienti della ricerca, che ha coinvolto 272 medie imprese, accomunate dalle seguenti caratteristiche:
– aziende ben strutturate, di proprietà familiare,
– fondate all’inizio degli anni ‘70, alla cui guida oggi sono impegnate contemporaneamente la prima e la seconda generazione,
– settori rappresentati: metalmeccanica, chimica farmaceutica, alimentare, carta e stampa, metallurgia, beni per la persona e la casa,
– fatturato medio annuo: oltre 60 milioni di euro,
– numero di addetti superiore a 150 unità.

Solo poco più del 25% del campione analizzato (contro il 17% del 2016) può vantare un sistema di gestione integrata del rischio, probabilmente trasversale ai principali processi aziendali.
Nel 47,2% di queste aziende l’approccio alla gestione del rischio appare segmentato, ovvero limitato alla gestione di aspetti puntuali (sicurezza sul lavoro, tutela del patrimonio d’impresa, stabilità finanziaria, ecc.), mentre al 27,5% di esse questo tipo di analisi non serve.

Il campione valutato rappresenta una realtà in cui una buona parte delle medie imprese italiane, nonostante la complessità odierna e la necessità di confrontarsi quotidianamente con i mercati globali e con multinazionali, considera il risk management solo una fonte di costi, privi di un qualche ritorno.

Ma, come già anticipato, i risultati della ricerca Cineas-Mediobanca dicono un’altra cosa: le imprese virtuose dal punto di vista della gestione del rischio vantano un ROI (Return On Investment, ovvero il rendimento del capitale investito) che supera del 30% quello delle aziende che non fanno risk management.

Le aziende che beneficiano di più di questo differenziale di redditività sono quelle che, ferma restando la gestione dei rischi legati ad aspetti cogenti dell’attività (es. sicurezza e salute sul lavoro, danni ambientali, garanzie del credito, RC terzi, ecc.), dedicano la loro attenzione anche ad altre tipologie di rischio di tipo strategico, quali le competenze professionali dei propri collaboratori, gli aspetti reputazionali dell’azienda e del suo brand, la sicurezza informatica, la qualità del prodotto, la sua esclusività o la non-replicabilità.

Nella nostra esperienza di consulenti, messa a servizio soprattutto delle PMI, possiamo affermare che l’approccio trasversale e sistemico alla gestione del rischio, che è indicato dalla ricerca Cineas-Mediobanca come vincente, risulterebbe ancora più importante per le piccole aziende poco strutturate, nelle quali, mutatis mutandis, l’unico vero risk manager è l’imprenditore.
Nei casi, già sperimentati, di impostazione ex-novo del processo di risk management, il nostro interlocutore, una volta riconosciuta la semplicità e immediatezza degli strumenti che utilizziamo, li ha fatti propri per districarsi più agevolmente nei suoi processi decisionali.

Fonte utile: Il Sole 24 Ore – articolo di Carlo Andrea Finotto

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RISK MANAGEMENT: obiettivi, fallimenti e successi

Il Risk Management, processo di gestione del rischio, sta guadagnando sempre più attenzione da parte delle aziende del panorama nazionale, soprattutto grazie all’introduzione delle nuove edizioni degli standard ISO 9001 ed ISO 14001.

Obiettivo 1 del Risk Management: intercettare e trattare i potenziali rischi.
Obiettivo 2: proteggere e accrescere il valore del patrimonio aziendale (assets), assicurando la durata del business nel lungo periodo.

Nonostante la propensione al rischio sia molto variabile fra le organizzazioni, il processo di gestione del rischio costituisce per tutte, indistintamente, un elemento cruciale. Esso infatti consente di stimare il rischio per sviluppare, successivamente, strategie per governarlo, creando in tal modo una stretta interconnessione fra rischi e prestazioni.

Dopo avere affermato il ruolo chiave del processo di gestione del rischio, non possiamo scordare che ci sono molti casi in cui il processo stesso può incontrare dei fallimenti e generare, a sua volta, il fallimento del sistema aziendale.
In particolare, alcuni studi hanno dimostrato che le principali cause del fallimento nella gestione del rischio possono essere così individuate:

  • valutazione troppo approssimativa dei rischi,
  • errata o imprecisa comunicazione dei rischi nei confronti dei decision-makers,
  • inadeguate soluzioni di trattamento o mitigazione dei rischi.perdita finanziaria

Come evitare, quindi, il fallimento del processo di gestione del rischio?
COMPRENDERE: è importante che – prima dell’avvio del processo di mappatura e valutazione del rischio – vi sia un intervento dedicato alla comprensione delle strategie aziendali direttamente collegate al modello d’affari (business model, di cui parleremo in modo approfondito nel prossimo post) prescelto dal fondatore o dall’alta direzione.
Fra i numerosi standard internazionali, la ISO 31000 spiega come funziona il processo di gestione del rischio e indica come implementarlo nelle organizzazioni, senza incorrere nel fallimento del modello stesso.
Lo standard ISO 31000 mette in evidenza due passaggi molto importanti per progettare un processo di gestione del rischio efficace: la comunicazione e la consultazione da un lato, il monitoraggio e la revisione dall’altro.
COMUNICARE: il primo passaggio assicura il coinvolgimento dei principali soggetti portatori di interesse, interni ed esterni all’organizzazione che, in quanto beneficiari delle prestazioni dell’azienda, sono soggetti attivi nell’analisi del rischio e nella definizione delle soglie di tolleranza verso prestazioni insoddisfacenti.
MONITORARE: il secondo passaggio garantisce che l’organizzazione misuri e verifichi con regolarità e sistematicità le proprie prestazioni, per incrementare la propria conoscenza sul rischio, facendo tesoro dell’esperienza pratica.

Fonti foto: 
- <a href=”http://www.freepik.com/free-photos-vectors/sfondo”>Sfondo fotografie designed by Kues1 – Freepik.com</a>
– <a href=”http://www.freepik.com/free-photos-vectors/sfondo”>Sfondo fotografie designed by Jannoon028 – Freepik.com</a>

Risorsa utile: https://pecb.com/article/12-reasons-for-risk-management-failure

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Il cambiamento comincia a piccoli passi

Per attuare un grande miglioramento personale e professionale, non servono drastiche rivoluzioni interiori o spirituali: è sufficiente usare il buon senso e adottare semplici accorgimenti per uscire dalla routine comportamentale, dai meccanismi automatici dettati dall’esperienza e da strade già tracciate da altri, che ci siamo auto-imposti come modelli.

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